Jimmy Butler, l’eroe che tutti vorremmo al nostro fianco
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Jimmy Butler, l’eroe che tutti vorremmo al nostro fianco

Jimmy Butler, l’eroe che tutti vorremmo al nostro fianco

Jimmy Butler, l’eroe di tutti noi

“L’uomo scopre se stesso quando si misura con l’ostacolo.” Con questa frase di Antoine de Saint-Exupery si può facilmente descrivere la vita di uno dei protagonisti della NBA degli ultimi anni, Jimmy Butler. Un giocatore che, come tanti altri, nella vita ha dovuto superare degli ostacoli ben più insidiosi di quelli che può trovare sul parquet. La sua storia è una storia di rivincite e di vittorie contro ogni pronostico, perché lui è un underdog nella vita da quando aveva soli tredici anni.

Get out of here. Una frase che nel basket sentiamo molto spesso, sempre all’interno di quel rettangolo dove i sogni incontrano la realtà. C’è un ragazzo, però, che questa frase l’ha sentita in un contesto molto diverso. Jimmy Butler all’età di tredici anni ha sentito sua madre dirgli queste parole: “I don’t like the look of you. You gotta go. (Non mi piace il tuo aspetto. Devi andartene)”. Come per tantissimi afroamericani, il padre non c’era perché scappato quando lui era ancora un neonato, e quando la madre gli chiuse la porta dietro le spalle lui non aveva nessun posto dove andare. Inizia così la sua odissea a Tomball, Texas. Di casa in casa, per al massimo una settimana. Nel frattempo l’unica cosa su cui si concentra è lo sport, prima il Football (da buon Texano), fino al 9th grade (il primo anno di High School) per poi concentrarsi esclusivamente sull’altra sua passione: il basket. La palla a spicchi e il rettangolo sono l’unica costante nella sua vita, che di costante non ha proprio nulla. La High School non è il suo palcoscenico, fino al Junior year è tanto sconosciuto da non avere nemmeno un recruit rank da ESPN. Ma durante il Senior year cambia la sua vita: trova una famiglia. Tutto nasce al termine di una partita di Summer League, quando un ragazzo del primo anno lo nota e lo sfida a un 3-point contest, che Jimmy accetta senza esitare. Da quel momento Jimmy e Jordan Leslie diventano grandi amici e da lì Butler inizia a essere invitato a casa di Jordan per stare la notte. Jordan era solo uno dei sette figli di Michelle Lambert, quattro con il suo primo marito (che la lasciò vedova) e tre del secondo marito (ereditati da un matrimonio precedente), ma nonostante le brutte voci che giravano attorno a Jimmy i Lambert decisero di aggiungere un ottavo figlio a patto che rispettasse alcune regole. Jimmy aveva un coprifuoco (per la prima volta nella vita), doveva andare bene a scuola, doveva aiutare in casa, doveva stare lontano dai guai ed essere un esempio per i fratelli più piccoli.

Lui non esitò nemmeno per un istante ad ascoltare le richieste della donna che gli stava salvando la vita. L’ultimo anno di High School è stato il suo migliore, con quasi venti punti e nove rimbalzi di media. Ma nemmeno questo bastò a convincere i college di Division I del suo valore, fu così che dovette accontentarsi del Tyler Junior College, vicino a casa. Dopo una sola stagione i grandi college iniziavano a bussare alla sua porta: Marquette, Kentucky, Clemson, Mississippi State e Iowa State. Lui scelse Marquette, consigliato dalla madre per l’alto valore accademico che gli avrebbe permesso di ottenere una laurea prestigiosa, di avere un piano B nella vita. Anche questa possibilità, però, nascondeva un ostacolo immenso. La sua prima stagione a Marquette lo vedeva giocare solo venti minuti con appena cinque punti di media, il suo allenatore lo trattava in maniera durissima ma come spiega lui stesso era per un bene superiore: “I’ve never been harder on a player than I’ve been on Jimmy. I was ruthless on him because he didn’t know how good he could be. He’d been told his whole life he wasn’t good enough. What I was seeing was a guy who could impact our team in so many ways. (Non sono mai stato duro su un giocatore come su Jimmy. Ero spietato con lui perché non sapeva quanto poteva diventare bravo. Per tutta la vita gli era stato detto che non era bravo abbastanza. Io vedevo un ragazzo che poteva avere un impatto sulla nostra squadra in moltissimi modi.)”. Jimmy, però, non ha mollato, nonostante gli mancasse la sua famiglia, ed ebbe il suo riconoscimento durante la Senior Night quando tutta l’arena, nel momento in cui lasciò il campo, si alzò in piedi ad applaudirlo tanto da far commuovere la signora Lambert. Arriva, così, la notte del draft. Jimmy è a casa con la madre e i sette fratelli. Passano i minuti e le scelte ma a un certo punto David Stern dice: “With the 30th pick in the 2011 draft, the Chicago Bulls select Jimmy Butler from Marquette University.”. La madre scoppia in lacrime, lei e Jimmy si abbracciano: il ragazzino che a 17 anni accolse in casa sua ce l’aveva fatta, ma non si trattava di un traguardo bensì di un nuovo inizio.

I Chicago Bulls arrivasno da un’ottima stagione caratterizzata dal primo posto ad Est e dal miglior record della lega (62W), la stagione però si ferma nelle East Conference Finals, contro i Miami Heat di LeBron James, Dwayne Wade e Chris Bosh. Jimmy Butler sa che nella squadra di Rose ci può stare, ma la concorrenza è spietatissima e lui è un semplice rookie, preso con l’ultima chiamata del primo giro di draft. La stagione d’esordio per Butler è la celebre stagione del lockout che i Bulls chiudono di nuovo al primo posto ad Est e con il miglior record della lega (50W) ex-equo con i San Antonio Spurs di Popovich. I numeri di Jimmy sono ben lontani dall’essere da capogiro: meno di dieci minuti a partita in cui il numero 21 fa segnare a referto appena due punti e mezzo di media. La sua dedizione, la sua fame e il suo impegno quotidiano, però, pagano. Complice anche il galeotto infortunio di Derrick Rose nella prima gara di playoff, la stagione 2012-2013, che i Bulls chiuderanno quinti ad Est,vede Jimmy sempre più presente in campo triplicando tutte le statistiche: ventisei minuti, otto punti e quattro rimbalzi a partita. Ma questi numeri non fanno altro che migliorare durante i playoff, in cui Jimmy parte sempre in quintetto e macina oltre tredici punti a partita con cinque rimbalzi e tre assist a completare il quadro. Sul cammino dei Bulls, però, ci sono di nuovo gli Heat che eliminano con un 4-1 la squadra di Chicago. Nella Windy City stava nascendo qualcosa di veramente speciale: Rose e Butler potevano riportare i Bulls in vetta, ma quando gli umani fanno piani gli dei ridono…

Mentre Jimmy Butler diventa ufficialmente la guardia titolare i problemi fisici di Rose si moltiplicano e si intensificano, tanto da limitarlo a sole dieci partite nella RS del 2013-2014, trascinando Chicago in un lento oblio. Jimmy migliora, ancora, i propri numeri: trentanove minuti, tredici punti, cinque rimbalzi e due assist e mezzo a partita. La stagione dei Bulls, però, finirà al primo turno di playoff dopo un sonoro 4-1 subito contro i Wizards. Gli ostacoli, nella vita di Butler, sono tanto grandi quanti i riconoscimenti: ed ecco che nella stagione 2014-2015 arriva la prima chiamata all’All Star Game, assieme a un’altra esperienza ai playoff che si concluderà, nuovamente, davanti a LeBron James (appena tornato a Cleveland). L’esperienza di Butler a Chicago durerà ancora due anni: il primo dei quali si rivelerà fallimentare per i Bulls che, per la prima volta in otto anni, mancheranno i playoff a causa degli infortuni al solito Rose e a Butler; il secondo anno, invece, torneranno a giocare la post-season ma solo per un turno dopo la sconfitta in sei gare contro i Celtics guidati da Isaiah Thomas. L’esperienza ai Bulls termina a sorpresa nella notte del draft, quando Chicago decide di scambiarlo e mandarlo a Minnesota.

In una stagione e mezza a Minnesota Jimmy riesce a fare tutto: riporta la squadra ai PO dopo un’assenza lunghissima e litiga con tutti. La frattura totale si vede quest’estate quando Butler torna ad allenarsi facendo intendere, senza troppi mezzi termini, che la sua volontà era quella di andare via e poter competere per qualcosa che con i T-Wolves non si poteva raggiungere: una finale NBA. Il momento più difficile, per tutta la franchigia, è diventato ormai leggenda: Butler, adirato con Wiggins e Karl-Anthony Towns decide di giocare una partita amichevole contro i titolari affiancato dalle terze linee. Alla fine chi pensate avrà vinto: una squadra guidata da un ragazzo che dieci anni prima era letteralmente homeless o i titolari? Proprio così, le terze scelte affiancate da un Butler talmente indemoniato da gridare più volte “He’s soft” a Karl-Anthony Towns, dopo averlo marcato senza troppi grattacapi in post basso. Ecco, quindi, che inizia la retorica di un Butler bullo, di una prima donna che in spogliatoio fa più danni di quanti possa poi riparare con le proprie prestazioni in campo. Ecco, quindi, il secondo cambio di franchigia in diciotto mesi: Jimmy Butler vola a Philadelphia.

Qui i tifosi lo omaggiano ricreando la celebre copertina di Sports Illustrated degli anni Ottanta, per essere quella terza superstar in grado di guidare i suoi giovani compagni. Giunto ai Sixers si può pesare immediatamente il suo contributo, è lui l’uomo che si prende i tiri nei momenti importanti: tra cui un paio di buzzer-beater nel primo mese da stella dei sixer. L’epilogo non è stato quello sperato, con i Sixers che si sono infranti sulla tripla di Kawhi Leonard che ha portato, poi, i Raptors al loro primo titolo NBA. Ora, però, c’è un nuovo capitolo nella sua carriera, l’approdo agli Heat in cui essere il vero Alpha, con una missione ben precisa: riportare la franchigia della Florida ai fasti di inizio millennio. La palla sarà sempre più pesante, ma nelle mani di Jimmy sarà leggera come una piuma, come ogni volta. Cosa potrà mai essere una stagione da underdog per un ragazzo che nella vita è stato ben più che un semplice underdog? Cosa potrà essere un tiro con pochi secondi al termine rispetto a vivere di casa in casa senza sapere se si mangerà e si potrà dormire al caldo un giorno in più? Che pressione può avere, all’interno di una partita di basket, un ragazzo che prima del basket non aveva niente?

Noi tutti ci saremmo abbattuti di fronte agli ostacoli che si sono presentati a Jimmy, ma lui da questi ostacoli ha scoperto l’uomo che era. Ecco perché, come disse già nella prima intervista con ESPN, non vuole che nessuno provi pietà per lui, non vuole che la sua storia sembri triste perché è questa storia che gli ha permesso di arrivare dove è oggi. Il viaggio di Jimmy non si fermerà dopo questa gara sette, ci saranno tanti altri ostacoli e tanti altri riconoscimenti che ancora non possiamo conoscere: l’unica certezza che abbiamo è che il numero 23 (21 ai tempi di Chicago) ai suoi tifosi prometterà solo lacrime, sudore e sangue perché sono queste tre piccole cose le uniche costanti in una vita che di costante ha avuto ben poco.

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Simone Politi
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