Cinque spunti tattici dai Mondiali FIBA 2019
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Cinque spunti tattici dai Mondiali FIBA 2019

Cinque spunti tattici dai Mondiali FIBA 2019

Mondiali FIBA. I Mondiali di Cina 2019 devono ancora concludersi ma sono già, per certi versi, una rivoluzione; un esito che coincide con la prima edizione disputata in Cina nonché la prima a ospitare 32 squadre. L’apertura del pool dei partecipanti ha aiutato alcune “nobili” europee a tornare sul palcoscenico più importante, tra cui l’Italia, offrendo spazio per emergere alle nuove realtà (Polonia e Repubblica Ceca ne hanno approfittato in maniera particolarmente brillante) e permettendo anche a nazioni dalle basse risorse cestistiche di partecipare alla festa globale, come Filippine, Giappone e Costa d’Avorio. La Cina, confermano i reporter sul posto, si è comportata da ospite perfetto, ma quel che più conta è che la rivoluzione è avvenuta anche sul campo. Per la prima volta dal 2006 Team USA perde una partita in una delle massime competizioni FIBA e finisce fuori dalla zona medaglie, e questa è anche la prima edizione in assoluto a non presentare nella top 4 una tra USA e Serbia/Jugoslavia. L’Argentina riesce nella rara impresa di raggiungere la finale senza nemmeno un giocatore NBA nella rosa, e l’Australia è appena la seconda squadra proveniente dall’area Asia/Oceania a qualificarsi tra le prime quattro, dopo la sorprendente Nuova Zelanda del 2002.

Per tirare le fila di queste novità e provare a mettere ordine nello scenario del basket globale, abbiamo estrapolato cinque temi tattici tra i più interessanti emersi durante la competizione, perché i Mondiali FIBA funzionano anche da banco di prova dove confrontare tendenze emerse spontaneamente o di riflesso sui parquet dei cinque continenti.

Mondiali FIBA. L’attacco alla zona

Una delle strategie predilette dalle nazionali di area FIBA per affrontare gli Stati Uniti in questi Mondiali FIBA è sempre stata quella di ricorrere alla difesa a zona, raramente praticata in NBA. Team USA ha sudato freddo contro la Turchia, nella prima fase del gruppo E, prevalendo soltanto al supplementare e subendo per buoni tratti di partita la difesa a zona dei turchi, che mirava ad approfittare di una rosa vessata da numerose rinunce illustri, con poco tempo a disposizione per sviluppare la chimica di squadra nonostante l’esperienza di coach Popovich. Già dalla fase successiva, però, gli Stati Uniti si adattano superando senza patemi la zona della Grecia.

Va osservato che gli Stati Uniti non sono più estranei al tiro da tre come quindici anni fa, specialmente in situazioni di spot-up: l’utilizzo e la precisione del fondamentale sono ai massimi storici in NBA. Non a caso la nazionale americana è stata quella che ha tirato più frequentemente da tre punti nel torneo, pur con percentuali non esaltanti (30 tentativi a partita, convertiti col 33.3%). Una difesa a zona permette a Team USA, ad esempio, di schierare un’arma tattica temibile come Brook Lopez e amplifica l’abilità a rimbalzo, anche offensivo, degli americani (44 rimbalzi a partita, i primi della classifica). Persino nella sfida dei quarti di finale, poi vinta dalla Francia, gli Stati Uniti erano tornati in vantaggio nel terzo periodo riprendendo confidenza con l’attacco dopo tre triple mandate a bersaglio contro la zona francese. La nazionale di coach Collet ha invece avuto più successo quando ha sfidato gli americani “al loro gioco”, con un approccio più dinamico.

Luci e ombre del Big Man moderno

Il coach della Serbia, Sasha Djordjevic, ha criticato l’apertura del formato a 32 squadre lamentando la discrepanza tra i team di primo piano e le “new entry”, ma è significativo notare come proprio la Serbia abbia pagato un netto calo di rendimento tra le prime partite del gruppo D, che la vedevano opposta a Filippine e Angola, e le sconfitte contro Spagna e Argentina che l’hanno estromessa dal tabellone dei Mondiali FIBA; per citare una cifra, basterà notare come la percentuale da tre punti sia scesa dal 47% al 23%, così come gli assist scesi da 30 a 16 nello stesso intervallo. Si noterà anche che la Serbia era una delle squadre dall’impostazione più classica, quantomeno sotto canestro, affiancando spesso due lunghi da scegliere tra Nikola Jokic, Boban Marjanovic, Miroslav Raduljca e Nikola Milutinov. I lunghi serbi hanno mani educate e grande visione di gioco perimetrale, ma la scelta tattica di coach Djordjevic è stata evidente: Jokic, abituato in NBA a fluttuare tra il pitturato e la linea dei tre punti, ha preso appena 8 tiri dalla lunga distanza (metà dei quali, gli unici mandati a bersaglio, contro Angola e Filippine) per operare principalmente in situazioni di post basso. Anche il Brasile, con Anderson Varejao, e l’Australia, con Andrew Bogut, hanno riscosso successo schierando un centro dal gioco prettamente interno, e si sono apprezzate lezioni sull’arte in declino degli 1vs1 nel pitturato.

Ci sono però delle distinzioni da fare. L’Australia ama schierare due lunghi, ma impiega volentieri Aron Baynes da rollante o spostandolo sul perimetro (5/6 da tre punti contro la Francia) abbinandovi poi la dinamicità di Jock Landale. La Spagna ha messo in difficoltà la Serbia, costringendo Djordjevic ad abbandonare la strategia delle due torri, schierando accanto a Marc Gasol ali versatili – ma verticali – come Victor Claver e i due Hernangomez, e allo stesso modo l’Argentina ha eliminato la Serbia senza appoggiarsi a un lungo statico – si vedano i 5 tentativi da tre punti di Luis Scola, mentre il più alto del roster, Marcos Delia, non supera i 206 centimetri.

Nei quarti di finale dei Mondiali FIBA vinti dalla Francia contro Team USA, coach Collet non ha puntato sulla massa dei due lunghi per superare lo small ball degli americani (Harrison Barnes ha giocato da “cinque” per molti minuti), ma ha impiegato Rudy Gobert come unico perno di un quintetto versatile. Sfruttandone la stazza sui blocchi e rifornendolo nel pitturato contro avversarsi più bassi (21 punti e 16 rimbalzi), la Francia ha posto agli Stati Uniti un dilemma che coach Popovich non ha saputo risolvere. Né una bocciatura né una promozione per la filosofia dello small ball, dunque, né una rinascita in pieno stile dei lunghi “vecchia scuola”; piuttosto, una conferma che, qualunque strategia si scelga di adottare, ciò che più conta è disporre di interpreti adeguati.

Coach sotto esame ai Mondiali FIBA

A proposito di interpreti adeguati, i Mondiali FIBA di Cina 2019 hanno visto in azione anche alcuni tra gli allenatori più competenti nel panorama cestistico mondiale. Mentre le premature eliminazioni di Serbia e Stati Uniti aprono finestre di critica e autocritica per Sasha Djordjevic e Gregg Popovich, ci sono altri nomi che hanno confermato o superato le aspettative, suggerendo inoltre l’importanza di un lavoro che parte nelle qualificazioni e prosegue in fase di reclutamento. Prendiamo Polonia e Repubblica Ceca, le due cenerentole del Mondiale. Entrambe le squadre hanno allestito un gruppo solido e motivato, coinvolto in un progetto che supera il singolo obiettivo. Sotto la guida carismatica di coach Mike Taylor, forte di un’esperienza pluriennale nel campionato tedesco e di un atteggiamento trascinante, i talenti di Mateusz Ponitka e Adam Waczynski sono sbocciati a vantaggio dell’intera Polonia. Coach Ronen Ginzburg, invece, per la Repubblica Ceca, ha valorizzato la stella Tomas Satoransky, mettendolo al centro di ogni soluzione tattica nonostante in NBA fatichi a trovare spazio, e poi si è affidato a un nucleo straordinariamente coeso: sei giocatori militano nella stessa squadra di club, l’ERA Nymburk.

Per la Francia, coach Collet ha mostrato grande tatto nell’amalgamare i numerosi NBAers del gruppo, sufficienti per formare un quintetto, e gli “europei” che quando vengono chiamati in causa rispondono all’appello, anche dalla panchina, senza apparire sminuiti. È il caso di Andrew Albicy, veterano della nazionale che si è trovato sempre la strada chiusa, prima da Tony Parker e ora da Frank Ntilikina ed Evan Fournier, ma che è stato decisivo contro Team USA con la sua pressione difensiva. E a proposito di Ntilikina: la guardia ex-Strasburgo non sta vivendo stagioni facili coi New York Knicks, anche dal punto di vista della fiducia individuale, ma la nazionale l’ha rinvigorito come dimostrano le due triple ad altissimo coefficiente di difficoltà che hanno chiuso il quarto di finale.

Essere coach di altissimo livello significa anche saper leggere ogni situazione in poco tempo, specialmente quando la posta in gioco è alta. Sergio Scariolo è una leggenda per la nazionale spagnola, e continua a tenerne il timone dopo aver vinto un anello NBA da assistente dei Toronto Raptors. Nella prima partita della seconda fase dei Mondiali FIBA la Spagna è messa in difficoltà dall’Italia: siamo in crunch time e Marc Gasol non ha ancora segnato un canestro dal campo, ben contenuto in single coverage dal più piccolo Paul Biligha. Coach Sacchetti toglie il suo centro dal quintetto, per fini offensivi, e Scariolo è prontissimo ad approfittarne e chiamare lo schema per Gasol, marcato da un Gallinari che, a quel punto della partita, è tutto a trazione offensiva: Marc segna i suoi primi punti nel momento più importante.

Nella semifinale vinta contro l’Australia, un instant classic al doppio supplementare, un altro capolavoro tattico di Scariolo per arginare l’attacco australiano, costretto all’insolita cifra di 22 palle perse, una in più dei 21 assist. Nel secondo tempo Scariolo lancia la Spagna in rimonta con una box and one per isolare Patty Mills e togliere dalla partita Joe Ingles, forse memore della strategia adottata nelle ultime Finals NBA dai Raptors contro Steph Curry, mentre in attacco gioca sulla stanchezza dei lunghi australiani coinvolgendoli in continui pick and pop di Marc Gasol, agevolati dalla presenza del doppio playmaker Rubio-Llull.

Il passing game dell’Australia

Difficile annoverare l’Australia tra le sorprese del torneo, visto che la stessa nazionale di coach Lemanis non faceva mistero di puntare a una medaglia – che si giocherà con la Francia nella sfida per il bronzo. Quel che sorprende è il piglio autoritario con cui ha affrontato la competizione, cammino perfetto fino alle semifinali con vittorie di prestigio su Lituania e Francia. Nel sistema australiano brillano i singoli, come un Patty Mills in forma strepitosa che vale 22 punti e oltre 4 assist di media, ma nelle cifre di un attacco stellare (90 punti di media) si intuiscono i meccanismi ben oliati di una squadra che vuole e che ama passarsi la palla – e che ha i mezzi per farlo, compresi lunghi dai polpastrelli sensibili. C’è un motivo se l’Australia totalizza più di 24 assist a partita. La fluidità del loro attacco è composta in realtà da un naturale susseguirsi di schemi, dove si passa senza scarti tra prima, seconda e terza opzione offensiva a seconda degli adattamenti della difesa. Il campo, così, appare più grande; c’è voluta l’eccellente pressione difensiva della Spagna per intasare le linee di passaggio e mettere sabbia negli ingranaggi australiani.

Patty Mills è quello che apre e chiude il cerchio: spinge il contropiede e l’1vs1 iniziale, perché all’Australia piace anche correre se c’è modo di sorprendere l’avversario con la guardia abbassata, e si prende il tiro agli ultimi secondi del cronometro se i giochi sono ormai rotti. La terra di mezzo è territorio di Joe Ingles, un giocatore totale la cui perizia nei fondamentali e visione di gioco risaltano ancora di più ai ritmi leggermente più bassi del basket FIBA. Ai Mondiali ha strizzato l’occhio alla tripla doppia: 17 + 9 + 10 contro il Senegal.

Facundo Campazzo, genio senza sregolatezza

Se la precedente iterazione della nazionale argentina prendeva il nome di Generaciòn Dorada, la versione dei Mondiali FIBA 2019 potrebbe diventare la “generazione dei miracoli” se proseguisse il suo cammino verso un’impronosticabile medaglia d’oro. Per quanto l’Argentina sia rimasta ai piani alti del basket americano, i Mondiali cinesi sono forse la prima grande occasione per misurare quanto l’eredità dei vari Manu Ginobili, Fabricio Oberto e Andres Nocioni sopravviva nei giocatori del ciclo attuale, con l’inossidabile Luis Scola determinato a portare la fiaccola del testimone fino in fondo. Scola, 39 anni, è secondo solo a Oscar Schmidt tra i più prolifici realizzatori di sempre nella competizione; da un lato Scola professa umiltà, dall’altro sta già valutando di riprovarci tra quattro anni. Scola sembra essere invecchiato come il buon vino, perché in questi Mondiali ha sciorinato basket contro i giovani lunghi più promettenti al mondo, come Rudy Gobert in semifinale, portando a livelli scientifici l’arte di trovarsi al posto giusto nel momento giusto. L’apporto di Scola è indispensabile per coach Hernandez: se necessario è ancora capace di ergersi a principale terminale offensivo (20 punti contro la Serbia, 28 contro la Francia), ma soprattutto funge da leader emotivo e fornisce ordine a un quintetto che, sotto molti aspetti, assomiglia a quello australiano. Tanti esterni versatili, con propensione alla corsa, alla difesa e al tiro, col risultato di produrre un attacco spumeggiante ma efficace (53% dal campo nelle ultime quattro partite, oltre novanta punti segnati in quattro delle sette partite disputate). È un sistema, ben interiorizzato dagli interpreti, che lavora sotto una patina di spettacolarità. D’altronde, militando in massa nella Liga spagnola, gli argentini hanno sviluppato grande sintonia tra di loro e maturato preziosa esperienza in quello che, il risultato dell’albiceleste ne è l’ennesima conferma, è uno dei campionati per club di più alto livello al mondo.

Alla spettacolarità, dicevamo, ci pensa Facundo Campazzo. Quasi 14 punti e 8 assist di media, e la firma su alcune tra le più belle giocate del torneo. Campazzo è l’emblema di come il genio individuale possa operare all’interno di un sistema senza sconfinare nella sregolatezza.

(Articolo in collaborazione con FIBA)

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Andrea Cassini
acassini11@gmail.com